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  EDITORIALE
 
Il mondo si divide, la comunità vegana in crescita si batte per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche etiche ed ambientali degli allevamenti intensivi al fine di ridurre drasticamente il consumo di carne a livello alimentare. Sposano questa politica anche i sostenitori di altre politiche che vogliono ridurre il consumo di carne per fini salutistici, in quanto questo alimento, in particolare le carni rosse, è ritenuto responsabile di molte disfunzioni fisiche, intolleranze e patologie tumorali. La politica della drastica riduzione del consumo di carne è sposata anche da chi non crede che le proteine animali siano così dannose, infatti questi ultimi credono che bisognerebbe ridurre il consumo delle  carni rosse o bianche provenienti da allevamenti intensivi poiché tale produzione non sarebbe in grado di supportare l’intera richiesta globale. L’aumento della popolazione globale infatti pone come problema principale quello di fornire cibo a tutti, e a tutti con lo stesso apporto di proteine animali, vegetali, grassi etc. A tele scopo ci si è proposti per sostituire l’apporto di proteine animali e vegetali provenienti da ovini, bovini e suini degli allevamenti, con quelle provenienti dal mondo degli insetti. Tutto il mondo quindi sembra concentrato, chi per un motivo, chi per un altro, sulla ricerca di un metodo per sostituire in qualche modo la fonte di queste preziose proteine. Pochi però si interrogano su un altro problema; è la carne dei nostri pascoli a far male alla salute oppure sono le sostanze che artificialmente ed inconsapevolmente i capi di bestiame dei nostri pascoli ingeriscono e che quindi entrano a far parte della catena alimentare? Il suolo su cui cresce l’erba è incontaminato? L’erba che brucano è incontaminata? Le colture alle quali vogliamo così disperatamente fare ricorso per sostituire una dieta onnivora verso un regime alimentare sempre più vegano sono genuine ed incontaminate? L’acqua che cade dal cielo sulla nostra terra, quella che beviamo, che usiamo per irrigare i campi, quella con cui i nostri allevamenti si abbeverano, è incontaminata, pura e limpida? L'uomo non può resistere più di qualche settimana senza cibo, eppure inquina la terra che gli da nutrimento. L'uomo non può sopravvivere per più di qualche giorno senza bere acqua, eppure avendo inquinato la terra ne ha anche contaminato le acque che lui usa per bere ed irrigare le colture. L'uomo non può sopravvivere per più di qualche minuto senza respirare, eppure inquina l'aria che respira. L'aria inquinata contamina le piogge che divengono acide, precipitano a terra e contaminano i terreni, le colture, i pascoli e con il tempo anche le falde acquifere. L'uomo è stupido.
 
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VERSO IL BIVACCO ANDREA BAFILE  
 
Lungo la via che conduce al Bivacco Andrea Bafile.
Parete di Sud Est del Corno Grande
Gran Sasso d’Italia - Settembre 2015
Fotografia di Daniele MaurA
 

Ci troviamo in Abruzzo sul massiccio del Gran Sasso d’Italia e stiamo costeggiando la parete sud-est del Corno Grande, appena sotto la vetta centrale. Ci dirigiamo al bivacco alpino realizzato dal C.A.I. dell’L’Aquila nel 1966, situato ad una quota di 2669 m s.l.m. e dedicato alla Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, grande eroe della prima guerra mondiale, già medaglia d’argento e di bronzo, Tenente di Vascello Andrea Bafile.
Costeggiamo questa enorme parete di roccia sulla quale possiamo scorgere le timide tracce di un piccolo ghiacciaio ma oltre la quale, esposto a nord, si trova quello molto più grande del Calderone. Considerato il ghiacciaio più meridionale d’Europa, il Calderone formatosi durante il periodo delle grandi glaciazioni del Quaternario, è poi nel tempo progressivamente scomparso, ricomparendo intorno al XV secolo d.C. durante la Piccola Era Glaciale. A partire dalla metà dell’Ottocento, a causa della diffusione e dell’uso delle tecnologie figlie della Rivoluzione Industriale e dell’innalzamento delle temperature, il ghiacciaio inizia a ritirarsi, passando dai 7,5 ettari del 1916 ai 3,5 del 2008.

I ghiacciai però sono un’importante fonte rinnovabile di acqua dolce, essi infatti, con le loro acque di fusione, alimentano falde sotterranee e fiumi, ed il Ghiacciaio del Calderone non fa eccezione. Oggi l’attenzione al tema climatico ed ambientale è particolarmente attiva ma in passato non era così. Il 15 Settembre del 1970 durante le operazioni di scavo per la realizzazione del traforo del Gran Sasso d’Italia, la talpa meccanica forò un enorme serbatoio d’acqua alimentato dal ghiacciaio. La fuoriuscita violenta dell’acqua a circa sessanta atmosfere di pressione investì gli operai e la piccola cittadina di Assergi più a valle fu allagata. L’incidente causò la morte di undici persone. Il livello della falda si abbassò di seicento metri e la portata delle sorgenti del Rio Arno e del Chiarino fu dimezzata. L’opera non costò solo in termini di vite umane, ma come spesso accade in Italia, con i lavori che si protrassero per venticinque anni, il suo costo lievitò vertiginosamente passando dagli 80 miliardi di lire inizialmente previsti ai più dei 1700 alla fine dell’opera. Oggi, che a causa dell’innalzamento delle temperature il Ghiaccio del Calderone appare morente, ci rendiamo conto che l’enorme eredità lasciataci dalla natura è andata perduta per sempre.
 
LE PERCENTUALI DELL'ACQUA

L’acqua ricopre la superficie del nostro pianeta per un totale di circa il 71%, ma di questa percentuale il 97% è costituito dalle acque salate dei mari e degli oceani, solo il 3% è di acqua dolce. Ciò non significa che tutta l’acqua dolce sia potabile, infatti circa i due terzi sono presenti sotto forma di ghiaccio, ai poli e sui ghiacciai terrestri. Solo un terzo dell’acqua dolce presente sul nostro pianeta si trova in forma liquida. In pratica di tutta l’acqua presente sul nostro pianeta meno dell’uno per cento (0,96%) è acqua dolce in forma liquida. Ciò non significa che questa sia potabile poiché molti giacimenti e fiumi sono inquinati e questo fa scendere vertiginosamente la percentuale di acqua potabile a disposizione.

Esisterebbero in realtà altri giacimenti di acqua nel sottosuolo, che non danno origine a fiumi o laghi, sono delle falde sigillate da milioni o in alcuni casi miliardi di anni, la cui acqua non entra a far parte del normale ciclo di questa risorsa. Esiste un progetto Libico denominato “Great Men-made River” con lo scopo di sfruttare uno di questi giacimenti fossili di circa 35000 Km3 localizzato sotto il deserto del Sahara. Il loro sfruttamento è particolarmente rischioso, per via delle sostanze che possono trovarvisi ma anche perché questa riserva detta, acqua fossile, non è in teoria rinnovabile.

Lungo la via che conduce al Bivacco Andrea Bafile.
Parete di Sud Est del Corno Grande
Gran Sasso d’Italia - Settembre 2015
Fotografia di Daniele Maura

CONCLUSIONE
L’acqua è un bene fondamentale come l’aria. Da esse dipendono tutte le forme di vita sul nostro pianeta, unico abitabile per la nostra specie. A differenza dell’aria però, l’acqua dolce direttamente sfruttabile dall’uomo a livello alimentare è pochissima. L’uomo è elemento integrante degli ecosistemi terrestri con i quali vive in simbiosi. La nostra specie si nutre di piante che crescono sul terreno e di animali che di queste si nutrono, inquinare l’aria, il terreno e l’acqua di conseguenza significa distruggere le uniche fonti del proprio sostentamento. L’uomo sta piano, piano, lentamente, ma in maniera inesorabile distruggendo le proprie speranze di sopravvivenza. Siamo tornati dopo mesi di assenza con questo articolo che segnerà il tema intorno al quale ci muoveremo per tutto il 2016. Il nostro scopo è quello di sensibilizzare il più possibile le persone su queste tematiche per noi fondamentali.

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