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LUGLIO 2017: Monte Gorzano. Dal Fosso dell'Acero alle Cento Fonti e alla Cima della Laghetta.

Ci troviamo all’estrema periferia Nord Occidentale del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, alle pendici del monte Gorzano nei pressi del confine di Lazio ed Abruzzo tra le provincie di Rieti e Teramo. Poco più a nord Lazio, Abruzzo e Marche si incrociano a 2073 m s.l.m. sulla vetta di Macera della Morte.

Partiti dalla piccola frazione di Cesacastina, nel comune di Crognaleto, in provincia di Teramo, stiamo tentando la salita al Gorzano, 2458 m s.l.m., vetta più alta del complesso dei Monti della Laga ed anche cima più alta del Lazio.

I Monti della Laga sono il complesso arenaceo più alto dell’Appennino e più in generale il quinto complesso montuoso dell’Appennino Continentale dopo Gran Sasso, Maiella, Velino Sirente e Monti Sibillini. Il tessuto roccioso di queste montagne è molto complesso essendo costituito dall’insieme di diversi strati sedimentati, composti da detriti, marne e depositi torbidici degli antichi fondali marini. L’area è ricca quindi di una fauna e di una flora preistoriche pervenuteci sotto forma fossile. Formatasi tra i 5 ed i 7 milioni di anni fa, nel Messiniano, l’ultimo periodo del Miocene, la catena ha un orientamento tortuoso da Sud verso Nord, in linea quasi perpendicolare a quella del Gran Sasso che invece si snoda evidentemente da Est verso Ovest.

L’impermeabile suolo di queste montagne rende facile lo scorrere di numerosi e tumultuosi torrenti che in primavera si risvegliano dopo l’immobilità glaciale dell’inverno. Sul versante Laziale questi torrenti, poco più a sud del comune di Amatrice originano il fiume Tronto, che scendendo scrosciante dai ripidi pendii scorre inizialmente verso nord, verso la catena dei Sibillini, poi giunto nei pressi del comune di Arquata del Tronto vira verso est dando origine all’omonima valle. Il fiume si ingrossa ricevendo da sinistra anche le acque tumultuose del torrente Fluvione ed infine muore nell’Adriatico dividendo le Marche dall’Abruzzo nei pressi di due comuni, San Benedetto del Tronto, marchigiano, e Martinsicuro, abruzzese.

Sul versante orientale invece, quello abruzzese, le acque ci regalano uno spettacolo unico ed impareggiabile precipitando prepotentemente con una moltitudine di nomi, tanti quante sono le sorgenti, nelle acque del fiume Vomano, che nasce più a sud, oltre il lago di Campotosto, dal versante nord del monte San Franco, ultima debole escrescenza occidentale del massiccio del Gran Sasso. Il Vomano, dopo aver ricevuto il prezioso contributo, che attraverso il Rio Fucino, gli giunge dal lago di Campotosto, dimora di un’antica torbiera allagata, prosegue anch’esso il suo viaggio verso est, come il Tronto, per andare a morire nello stesso mare, l’Adriatico, nei pressi del comune di Roseto degli Abruzzi.

Tutto questo ambiente così aspro e selvaggio, ricchissimo d’acqua, di anfratti inaccessibili, è la dimora ideale di moltissime specie animali e vegetali. I boschi di faggi, abeti bianchi, querce castagni, aceri e tassi danno riparo a molti animali selvatici come il capriolo, il cervo, il camoscio appenninico ed il cinghiale, ma anche al loro più leggendario e schivo predatore, il Canis Lupus Italicus, il lupo appenninico. Fra gli uccelli si annoverano il merlo acquaiolo e numerose specie di rapaci fra cui falchi e la rarissima aquila reale. Fra i più piccoli non si può dimenticare il rettile più diffamato della nostra penisola, la vipera, in particolare la piccola e timidissima vipera degli Orsini, endemica proprio del Centro Italia.

Numerosi sono i cartelli affissi sui possenti faggi che invitano a non attraversare il fiume a causa del pericolo di scivolamento. A causa della particolare composizione del terreno, composto prevalentemente da marne con alto contenuto d’argilla, infatti, basta pochissima umidità per rendere il manto viscido e scivoloso.

Confusi dagli innumerevoli torrenti, dalla scarsa presenza di segnavia una volta fuoriusciti dal bosco e dai numerosi cartelli che invitano a non attraversare i corsi d’acqua finiamo, quasi senza accorgercene, troppo a sinistra, lontani dalla vetta. Costretti a risalire la dorsale occidentale della Cima della Laghetta, per riuscire almeno ad affacciarci sul versante Laziale, esausti, ci vediamo costretti a rinunciare alla conquista del Gorzano.